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7. Donne e pensioni
Il percorso verso la parità dei diritti

La questione sulla quale è stata dibattuta la conformità alla Costituzione delle norme in tema di pensionamento delle donne è sicuramente quello relativo alla vecchiaia, cioè l’età fissata per legge che, insieme al requisito dell’anzianità contributiva, dà diritto alla pensione.

In particolare quando si tratta di pensioni femminili, la questione si fa interessante suscitando interesse internazionale. Per due casi, uno italiano e uno austriaco, si sono espressi istituti sovranazionali intervenendo su aspetti generali quali l’equità, da cui sono poi derivati interventi normativi di recepimento. E’ il caso della sentenza della Corte di Giustizia europea riguardante la maturazione del requisito di vecchiaia per il pensionamento nel pubblico impiego delle donne. In seguito a questo in Italia è stata introdotta una modifica riguardante l’allungamento della vita lavorativa femminile.

In Italia, infatti, le impiegate pubbliche dovranno andarScenario attuale
Nel dettaglio, l’assegno di pensione di vecchiaia:

2011
Dal prossimo anno e fino la fine del 2011 le donne potranno andare in pensione a 61 anni per il pubblico impiego, mentre a 60 anni per il privato. I lavoratori pubblici e privati invece potranno andare in pensione a 65 anni (come già avviene).

2012
A partire dal 1° gennaio 2012 , l’accesso alla pensione di vecchiaia sarà possibile solo con un età di 65 anni, sia per gli uomini sia per le donne. Per quanto riguarda la pensione di anzianità, non esistono differenze legate al sesso.

Per quanto concerne la pensione di anzianità invece:

Per le pensioni di anzianità la legge stabilisce una quota da raggiungere per maturare il diritto alla pensione di anzianità (somma tra età anagrafica e anni di contribuzione). Solo se il totale darà 95 (per i dipendenti pubblici e privati) o 96 (per gli autonomi) si potrà smettere di lavorare.) Gli anni di contribuzioni previsti da questo sistema sono almeno 35. Dal 2011, poi, le quote saliranno: 96 per i dipendenti pubblici e 97 per gli autonomi (somma tra età e anzianità contributiva).

2011-2012
Per i dipendenti pubblici e privati scatta almeno al 60esimo anno di età, mentre per quelli autonomi al 61esimo.

2013
Per coloro che andranno in pensione dal 2013, l’età per l’assegno pensionistico scatta almeno al compimento del 61esimo anno di età (con quota 97) per i lavoratoti dipendenti pubblici e privati, mentre al 62esimo di età per i lavoratori autonomi (con quota 98).

Dal 2015
Aumento di ulteriori 3 mesi, per avere i requisiti di età.

Dal 2019
Aumento ulteriore dei requisiti di età, in base ai dati Istat sulla durata media della vita.

La tutela della donne... il percorso verso l’uguaglianza

In Italia la pensione delle lavoratrici risulta, a parità di stipendio, più bassa di quella dei lavoratori del 25-30%; Ma come detto sopra, dal 2012 per le lavoratrici del pubblico impiego ci sarà l’innalzamento dell’età pensionabile fino a 65 anni come quella dei colleghi uomini.

Come si è arrivati a questo punto?

La questione della disparità dell’età pensionabile è stata oggetto della giurisprudenza europea, con un caso di infrazione della normativa UE da parte delle norme italiane sintetizzato nella sentenza n. C-46/07 del 13 novembre 2008. In questa sede la Corte di giustizia delle Comunità Europee ha imposto la parificazione dell’età pensionabile delle donne a quella dei colleghi maschi, recepita con la L. n. 102/2009. L’uscita anticipata delle donne a 60 anni anziché a 65, come gli uomini, rappresenta una discriminazione rispetto al principio di parità di retribuzione tra i generi. E’ discriminatorio per le donne dover andare in pensione prima degli uomini e quindi percepire meno stipendio. La Corte, infatti, non ammette discriminazione di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore.

Il regime pensionistico gestito dall’INPDAP prevedeva soglie di anzianità diverse a seconda del genere per la concessione della pensione, in contraddizione al principio di parità di trattamento europeo di cui all’art. 141 CE, (ciascuno Stato membro assicura l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra i lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore. Per “retribuzione” si intende il salario o trattamento normale di base o minimo e tutti gli altri vantaggi pagati direttamente o indirettamente, in contanti o in natura, dal datore di lavoro al lavoratore, in ragione dell’impiego di quest’ultimo.) La Repubblica Italiana si difese ritenendo che la fissazione, ai fini del pensionamento, di una condizione di età diversa a seconda del sesso fosse giustificata dall’obiettivo di eliminare discriminazioni a danno delle donne.

La conseguenza di quel pronunciamento è stata la decisione, dal 2012, di portare la pensione di vecchiaia delle dipendenti pubbliche italiane a 65 anni.

Un caso più recente, risalente al 18 novembre 2009 ha fatto ritornare la Corte europea sul tema dell’età pensionabile femminile in Europa. Questa volta però i giudici sono intervenuti da un’altra angolazione: discriminazione lavorativa in base al genere. E’ stata la Corte di cassazione austriaca a chiamare in causa gli euriogiudici a seguito di un episodio denunciato da un medico austriaco donna. La professionista è stata forzata al pensionamento a 60 anni dalla cassa pensioni, nonostante avesse chiesto la possibilità di poter smettere l’attività lavorativa a 65 anni come i suoi colleghi maschi. La cassa pensioni però aveva deciso di licenziare i dipendenti che avessero maturato l’età pensionabile.
La donna quindi si è sentita discriminata e costretta a lasciare il lavoro prima degli uomini. La corte Ue si è pronunciata a favore della donna: il diverso limite di età, in base al sesso, per la concessione di una pensione è discriminante per le donne.

di FTA online

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